Sto curiosando tra i miei pensieri spostando mobili avanti e indietro ignorando il rumore che potrebbe infastidire le menti altrui. Intaso le mie orecchie con sinfonie che in realtà non esistono, comincio a pensare di averle inventate io istintivamente per coprire il molesto timbro di voce di mia sorella che giorno dopo giorno mi sta consumando con la sua aria giurista da avvocatessa, e penso che l’inventore delle cuffie per la musica si trovasse nella mia condizione prima di avere un colpo di genio. Solo che io invece sto per avere un colpo e basta.
Sono giovane, ignorante come tutti i miei coetanei per categoria, ma in questo periodo mi sento fisicamente attempato. Mi chiedo se mi stancherò mai di questo temporeggiare, ma la verità deve essere proprio che temporeggio perché sono stanco.
Forse stanco di chi nei suoi primi vent’anni di vita sembra voler pretendere di avere più esperienza di chi si sta facendo un paio di palle quadre da cinquanta, e mi stanca ancor di più l’idea che possano esistere persone che mi ritengano un individuo di quel tipo.
Io non faccio l’intellettuale, e purtroppo non lo sono. Proprio perché sono coerente con la mia teoria che l’intelletto stia lentamente morendo assieme a noi e che ci sia gente che lo faccia fuori per puro svago.
Credo anche, e io so che sarà così, che proprio chi non si avvale della propria fetta di intelligenza sarà propizio a fare grandi cose nella vita. Dopotutto il futuro si mostra idoneo solo con chi se ne frega di esso.
Chi invece si fa troppi problemi e curiosa tra i propri pensieri per saltarci fuori evidentemente è destinato a spostare mobili avanti e indietro prestando attenzione a non infastidire le menti altrui. Menti vuote, ma paradossalmente prescelte al diritto di vivere.
Dovrei tuffarmi in una piscina saltando dal balcone del terzo piano, o dovrei provare a sballarmi con la tecnica del eyeballing danneggiando inutilmente il mio bulbo oculare. Eppure, non posso far altro che macchiarmi di consapevolezze altrettanto inutili che non mi porteranno da nessuna parte.
Un vero e proprio Bucake di inutilità che come uno Tzunami allaga case e distrugge famiglie.
giovedì 20 ottobre 2011
martedì 18 ottobre 2011
Appunti personali di un uomo che sta tornando a casa
È uno di quei momenti della propria vita in cui la notizia che la maggior parte del tuo mondo sta aspettando vorresti non averla attesa così tanto anche tu.
Lascio la stazione di Fidenza con uno spiacevole senso di degrado interiore, previsto, studiato, ma più fitto di quel che immaginavo.
Ad un passo dal proseguimento di un sogno sono riuscito a praticarne dieci in direzione del mondo reale. Scrivendo dalla tastiera di un telefono cellulare la mia soddisfazione assenta quanto il biglietto del treno nelle mie tasche.
Dall’oggi al domani, senza rimanerne comunque interamente stupito, mi ritrovo invitato a mandar giù un intero stagno di rospi gracchianti mentre la mia mente desidererebbe galoppare lungo i paesaggi che frivoli scorrono ai miei occhi dall’altra parte del finestrino.
Proprio in questa precisa condizione soffro di una determinata voglia di riprovarci all'infinito e di risbattere quanto serve la mia testa contro questo fottuto vetro fino a sfondarlo ed infine oltrepassarlo.
Lascio la stazione di Fidenza con uno spiacevole senso di degrado interiore, previsto, studiato, ma più fitto di quel che immaginavo.
Ad un passo dal proseguimento di un sogno sono riuscito a praticarne dieci in direzione del mondo reale. Scrivendo dalla tastiera di un telefono cellulare la mia soddisfazione assenta quanto il biglietto del treno nelle mie tasche.
Dall’oggi al domani, senza rimanerne comunque interamente stupito, mi ritrovo invitato a mandar giù un intero stagno di rospi gracchianti mentre la mia mente desidererebbe galoppare lungo i paesaggi che frivoli scorrono ai miei occhi dall’altra parte del finestrino.
Proprio in questa precisa condizione soffro di una determinata voglia di riprovarci all'infinito e di risbattere quanto serve la mia testa contro questo fottuto vetro fino a sfondarlo ed infine oltrepassarlo.
Mogano
Stanotte balla per me, frizzante eccitazione di un color mogano, prima che il nero velo dell’ignoto si affievolisca. Danza sotto coperte stelle in questo irripetibile istante in cui tu, scoperta d’innanzi a me, brilli come nulla mai.
Non smettere di piroettare il tuo etereo corpo sotto quest’acqua piovana, non fermare il tuo impalpabile movimento, non prima che venga il domani vittorioso che vede me vinto.
Mantieni per un solo istante questo mio senso di idilliaca sconsideratezza nei confronti del mio futuro.
Mentimi più che puoi su ciò che ne sarà di me dopo stanotte e recita nei miei occhi un prezioso attimo di tranquillità prima di annegare sotto una profetizzata tempesta.
Sintetica ebbrezza o che dir si voglia, non spegnere questo sintomo di gioia e sporcati di un inchiostro ancora troppo estraneo a questo mondo.
Guardandoti ballare ,stanotte, mi assumo il diritto di peccare di Hybris e in un breve momento dove non sono così vinto d’innanzi al domani rido, godendo dell’ eccitante autoconvinzione che andrà tutto bene.
Non smettere di piroettare il tuo etereo corpo sotto quest’acqua piovana, non fermare il tuo impalpabile movimento, non prima che venga il domani vittorioso che vede me vinto.
Mantieni per un solo istante questo mio senso di idilliaca sconsideratezza nei confronti del mio futuro.
Mentimi più che puoi su ciò che ne sarà di me dopo stanotte e recita nei miei occhi un prezioso attimo di tranquillità prima di annegare sotto una profetizzata tempesta.
Sintetica ebbrezza o che dir si voglia, non spegnere questo sintomo di gioia e sporcati di un inchiostro ancora troppo estraneo a questo mondo.
Guardandoti ballare ,stanotte, mi assumo il diritto di peccare di Hybris e in un breve momento dove non sono così vinto d’innanzi al domani rido, godendo dell’ eccitante autoconvinzione che andrà tutto bene.
domenica 4 settembre 2011
Il rumore di un ventilatore in una silenziosa Estate
Alleviato da un rumoroso ventilatore siedo ad un polveroso tavolo in vetro reso ancor più riflettente dalla luce filtrante dagli scuri socchiusi e dal monitor del mio portatile. Questa è la mattutina descrizione di una delle più calde e noiose Estati che io abbia mai passato negli ultimi sei anni, ma giustificherò il mio monologo con un colpo di calore improvviso.
Il mondo, come previsto, è finito in anticipo ed io che siedo qui in un’illusoria freschezza sono uno dei pochi sopravvissuti alla prevista catastrofe.
Per fortuna, penso, mi intrattengo sfogliando la biografia virtuale di Frank Miller e di Alan Moore ed automaticamente non posso fare altro che trasferire il mio ricordo al mio migliore amico di dodici anni fa. All’età di sette anni amavamo entrambi inventare storie a fumetti.
Era chiaro come questa voglia di rifugiarmi in un mondo tutto mio, allora tutto nostro, fosse già viva in me, allora viva in noi.
Anche il mio egocentrismo interiore, per dirne un’altra, era già li che si faceva strada tra una vignetta e l’altra: Non per niente i protagonisti della nostra prima idea di fumetto eravamo io, il mio migliore amico e altri bambini della nostra classe. Andò avanti per altri otto anni, anche quando il mio migliore amico decise di limitarsi ad essere soltanto uno dei tanti lettori ed io l’unico che invece di seguire le lezioni di Matematica tiravo fuori il mio quaderno personale e mandavo avanti la nostra storia.
Andò avanti così fino alla fine della terza media, quando la possibilità di farsi dei migliori amici cominciava già allora ad apparire troppo complicata e altre volte troppo semplice.
Da quell’anno, con l’inizio dell’istituto d’arte e con il conseguente allontanamento graduale dall’infanzia, quello che prima restava nei limiti della squadratura di un foglio ora lo si traduceva sulla pelle.
E adesso, nel mio salotto soffuso senza nessuno che mi scriva su Skype, guardo le ferite dei miei combattimenti con la consapevolezza che sono ancora poche e penso che esteticamente rendono molto meno di quelle che raffiguravo nelle mie storie, ma fanno incredibilmente più male.
Tornato allo schermo del mio portatile mi chiedo se ora, ad un passo dal mio sogno incomprensibile per il paese in cui vivo oggi e adesso che la mano si è fermata per cinque anni e che solo la testa ha continuato a carburare, valga la pena o meno riuscire in un’impresa così palesemente inutile.
È fuori luogo in una delle Estati più calde e noiose dei miei ultimi sei anni fare un passo così importante, proprio ora che il mondo sembra essere finito una volta per tutte.
Sorseggio un bicchiere di thè freddo con limone e ghiaccio e penso a quando passavo le estive notti di due anni fa con in una mano un Nescafè freddo in polvere e nell’altra una penna, la quale sarebbe andata a scrivere le poche e umide pagine di un diario estivo andato perduto.
In quest’estate che soffoca e disidrata ho bisogno invece di attaccarmi a ciò che nel mio presente mi possa provare che qualcosa tra le macerie là fuori è ancora vivo. Abbraccio ciò che non rende ulteriormente così calda e così noiosa quest’estate, ma che al contrario ogni giorno mi porta fuori da questa stanza.
Abbraccio anche il mio rumoroso ventilatore, oggi, che mi fa un po’ di fastidiosa ma piacevole compagnia.
Scala Fabio 2011
Il mondo, come previsto, è finito in anticipo ed io che siedo qui in un’illusoria freschezza sono uno dei pochi sopravvissuti alla prevista catastrofe.
Per fortuna, penso, mi intrattengo sfogliando la biografia virtuale di Frank Miller e di Alan Moore ed automaticamente non posso fare altro che trasferire il mio ricordo al mio migliore amico di dodici anni fa. All’età di sette anni amavamo entrambi inventare storie a fumetti.
Era chiaro come questa voglia di rifugiarmi in un mondo tutto mio, allora tutto nostro, fosse già viva in me, allora viva in noi.
Anche il mio egocentrismo interiore, per dirne un’altra, era già li che si faceva strada tra una vignetta e l’altra: Non per niente i protagonisti della nostra prima idea di fumetto eravamo io, il mio migliore amico e altri bambini della nostra classe. Andò avanti per altri otto anni, anche quando il mio migliore amico decise di limitarsi ad essere soltanto uno dei tanti lettori ed io l’unico che invece di seguire le lezioni di Matematica tiravo fuori il mio quaderno personale e mandavo avanti la nostra storia.
Andò avanti così fino alla fine della terza media, quando la possibilità di farsi dei migliori amici cominciava già allora ad apparire troppo complicata e altre volte troppo semplice.
Da quell’anno, con l’inizio dell’istituto d’arte e con il conseguente allontanamento graduale dall’infanzia, quello che prima restava nei limiti della squadratura di un foglio ora lo si traduceva sulla pelle.
E adesso, nel mio salotto soffuso senza nessuno che mi scriva su Skype, guardo le ferite dei miei combattimenti con la consapevolezza che sono ancora poche e penso che esteticamente rendono molto meno di quelle che raffiguravo nelle mie storie, ma fanno incredibilmente più male.
Tornato allo schermo del mio portatile mi chiedo se ora, ad un passo dal mio sogno incomprensibile per il paese in cui vivo oggi e adesso che la mano si è fermata per cinque anni e che solo la testa ha continuato a carburare, valga la pena o meno riuscire in un’impresa così palesemente inutile.
È fuori luogo in una delle Estati più calde e noiose dei miei ultimi sei anni fare un passo così importante, proprio ora che il mondo sembra essere finito una volta per tutte.
Sorseggio un bicchiere di thè freddo con limone e ghiaccio e penso a quando passavo le estive notti di due anni fa con in una mano un Nescafè freddo in polvere e nell’altra una penna, la quale sarebbe andata a scrivere le poche e umide pagine di un diario estivo andato perduto.
In quest’estate che soffoca e disidrata ho bisogno invece di attaccarmi a ciò che nel mio presente mi possa provare che qualcosa tra le macerie là fuori è ancora vivo. Abbraccio ciò che non rende ulteriormente così calda e così noiosa quest’estate, ma che al contrario ogni giorno mi porta fuori da questa stanza.
Abbraccio anche il mio rumoroso ventilatore, oggi, che mi fa un po’ di fastidiosa ma piacevole compagnia.
Scala Fabio 2011
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