Alleviato da un rumoroso ventilatore siedo ad un polveroso tavolo in vetro reso ancor più riflettente dalla luce filtrante dagli scuri socchiusi e dal monitor del mio portatile. Questa è la mattutina descrizione di una delle più calde e noiose Estati che io abbia mai passato negli ultimi sei anni, ma giustificherò il mio monologo con un colpo di calore improvviso.
Il mondo, come previsto, è finito in anticipo ed io che siedo qui in un’illusoria freschezza sono uno dei pochi sopravvissuti alla prevista catastrofe.
Per fortuna, penso, mi intrattengo sfogliando la biografia virtuale di Frank Miller e di Alan Moore ed automaticamente non posso fare altro che trasferire il mio ricordo al mio migliore amico di dodici anni fa. All’età di sette anni amavamo entrambi inventare storie a fumetti.
Era chiaro come questa voglia di rifugiarmi in un mondo tutto mio, allora tutto nostro, fosse già viva in me, allora viva in noi.
Anche il mio egocentrismo interiore, per dirne un’altra, era già li che si faceva strada tra una vignetta e l’altra: Non per niente i protagonisti della nostra prima idea di fumetto eravamo io, il mio migliore amico e altri bambini della nostra classe. Andò avanti per altri otto anni, anche quando il mio migliore amico decise di limitarsi ad essere soltanto uno dei tanti lettori ed io l’unico che invece di seguire le lezioni di Matematica tiravo fuori il mio quaderno personale e mandavo avanti la nostra storia.
Andò avanti così fino alla fine della terza media, quando la possibilità di farsi dei migliori amici cominciava già allora ad apparire troppo complicata e altre volte troppo semplice.
Da quell’anno, con l’inizio dell’istituto d’arte e con il conseguente allontanamento graduale dall’infanzia, quello che prima restava nei limiti della squadratura di un foglio ora lo si traduceva sulla pelle.
E adesso, nel mio salotto soffuso senza nessuno che mi scriva su Skype, guardo le ferite dei miei combattimenti con la consapevolezza che sono ancora poche e penso che esteticamente rendono molto meno di quelle che raffiguravo nelle mie storie, ma fanno incredibilmente più male.
Tornato allo schermo del mio portatile mi chiedo se ora, ad un passo dal mio sogno incomprensibile per il paese in cui vivo oggi e adesso che la mano si è fermata per cinque anni e che solo la testa ha continuato a carburare, valga la pena o meno riuscire in un’impresa così palesemente inutile.
È fuori luogo in una delle Estati più calde e noiose dei miei ultimi sei anni fare un passo così importante, proprio ora che il mondo sembra essere finito una volta per tutte.
Sorseggio un bicchiere di thè freddo con limone e ghiaccio e penso a quando passavo le estive notti di due anni fa con in una mano un Nescafè freddo in polvere e nell’altra una penna, la quale sarebbe andata a scrivere le poche e umide pagine di un diario estivo andato perduto.
In quest’estate che soffoca e disidrata ho bisogno invece di attaccarmi a ciò che nel mio presente mi possa provare che qualcosa tra le macerie là fuori è ancora vivo. Abbraccio ciò che non rende ulteriormente così calda e così noiosa quest’estate, ma che al contrario ogni giorno mi porta fuori da questa stanza.
Abbraccio anche il mio rumoroso ventilatore, oggi, che mi fa un po’ di fastidiosa ma piacevole compagnia.
Scala Fabio 2011